Attualità
L'atelier è da sempre considerato come una superficie di proiezione: un luogo di ritiro, di ispirazione – uno spazio di intimità e allo stesso tempo di pubblica attribu-zione. Con il suo atelier spoglio e quasi mitico, Alberto Giacometti ha plasmato questo topos. Oggi l'atelier può essere una fabbrica, uno spazio di lavoro collettivo in cui l'arte nasce da processi visibili. Per molti artisti contemporanei, l'atelier non è più solo un luogo fisico, ma anche uno schermo, una rete digitale. Al contempo, l'atelier è diventato a più riprese esso stesso un soggetto, un palcoscenico per il lavoro artistico.
La mostra esplora le diverse visioni, i miti e le realtà dell'atelier, combinando opere della collezione con una selezione di opere video, tra le altre di Klodin Erb, Paul McCarthy e Adrian Paci. Queste opere delineano l'atelier come spazio di produzio-ne globale, ma anche come ambito di riflessione e immaginazione, dove l'immagine romantica dello spazio artistico è ironicamente infranta e rimessa in discussione. In questo contesto l'atelier appare anche come uno spazio della nostalgia il cui signi-ficato sta cambiando: in che modo la globalizzazione e la digitalizzazione influenza-no la produzione artistica nell'atelier? In che modo le rappresentazioni dell'atelier influenzano ancora oggi l'immagine che gli artisti hanno di sé? Chi lavora oggi nell'atelier – e chi ormai lo sogna soltanto?
Con opere di Matthew Barney, Mirko Baselgia, Flurin Bisig, Klodin Erb, Stefan Gri-tsch, Maude Léonard-Contant, Catrin Lüthi K, Paul McCarthy, Adrian Paci.